La baracca

Mentre attendono il passaggio del Rex nel mare di Rimini, i cittadini di “Amarcord” conversano sulle loro barchette, svelando contorni umani che sono di tutti noi. Uno di loro alza lo sguardo al cielo e dice: “Guarda quante ce ne sono, oh. Milioni di milioni di milioni di stelle. Io mi domando come fa a reggersi tutta ‘sta baracca!” 

Questa scena mi è tornata in mente, ripensando che, a luglio, avevo cominciato il mio intervento alla VI edizione di Engage mostrando l’iniziativa, ingenua e testarda, di un altro riminese – il muratore Primo Forcellini – che la “baracca” l’aveva tirata su caparbiamente, costruendosi da solo il suo planetario.

Se quella di Forcellini era una risposta con cemento e cazzuola alla domanda su come fa l’universo a reggersi, entrare in un planetario e “visitare l’universo” attraverso il racconto dal vivo di uno spettacolo astronomico può essere una risposta culturale e narrativa alla stessa domanda.

In fondo proprio a questo tende la comunicazione scientifica che si realizza sotto la cupola del planetario: offrire a ciascun visitatore un appiglio personale al cosmo. Uno spunto per ancorare la propria esperienza – e la propria esistenza – a tutto ciò che esiste intorno a lui e sopra di lui, per dare un senso al fatto stesso di vedere le stelle nel cielo notturno, e a tutta la “baracca” dell’universo, che non ci crolla addosso.

È fondamentale partire dalle domande semplici ma essenziali del pubblico per poterlo incontrare davvero, nel dialogo che ci si propone di avviare comunicando la scienza: nel planetario come altrove. Per i visitatori – di un planetario, di un museo, di un festival – il confronto con i materiali e i contenuti proposti rappresenta un’operazione di ricerca di significato, e in questa ricerca metteranno in gioco tutto ciò che definisce la loro identità: non soltanto la parte razionale che si pone delle domande, ma anche la sensibilità, la spiritualità, l’emotività, il bagaglio di conoscenze vere o presunte, il repertorio di credenze, esperienze e la propria rappresentazione del cosmo.

Per questo è utile che la comunicazione scientifica avvenga rivolgendosi a tutte le sfaccettature dell’essere umano, e sia aperta alle contaminazioni con ogni ambito della cultura, specialmente l’arte. La costruzione di significati – personali e condivisi – passa da questa varietà di suggestioni. Anche in questo modo si contribuisce a superare la separazione, obsoleta quanto tenace, fra cultura umanistica e cultura scientifica, così specifica della formazione scolastica italiana, che dai tempi di Croce e Gentile ha provocato un danno immenso a intere generazioni, e tuttora si rispecchia nella nostra scadente classe politica.

Mi piace quindi concludere suggerendovi di visitare un planetario con lo stesso invito simbolico del portale d’ingresso all’antico Planetario di Roma, alla Sala Ottagona delle Terme di Diocleziano: lo si varca circondati dai segni zodiacali, passando sotto l’ultimo verso della Divina Commedia, “l’amor che move il sole e l’altre stelle”. Un invito rivolto all’interezza di ogni essere umano, con la sua cultura e la sua sensibilità, per riaffacciarsi al cielo e ritrovare un contatto con il cosmo. E sotto le stelle, riconsiderare il proprio posto nella baracca dell’universo.

Ne ho parlato più diffusamente nel mio libro “Passeggiate astronomiche. Il planetario come specchio dell’umanità” (Trèfoglie, 2024).

di Stefano Giovanardi – Planetario di Roma, associato INAF-OAR

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